L’inchiesta

Lavitola al Riesame: «Volevo proteggere Ranucci»

L’ex editore chiede i domiciliari e sostiene di aver agito per proteggere Ranucci da un attentato di cui aveva ricevuto notizia.

Lavitola al Riesame: «Volevo proteggere Ranucci»

Una pagina dattiloscritta e una dichiarazione letta davanti ai giudici del Riesame per ribadire il rapporto di «profonda amicizia con Sigfrido Ranucci», dal quale Valter Lavitola sperava di ottenere «riabilitazione» e «riscatto sociale».

Lavitola è intervenuto in videocollegamento dal carcere di Rebibbia, dove è detenuto dal 10 agosto con l’accusa, da lui stesso confessata, di essere il mandante dell’attentato contro l’ormai ex conduttore di Report. La difesa ha chiesto il trasferimento ai domiciliari a Noepoli, in provincia di Potenza, dove l’indagato ha trascorso l’infanzia e dove, secondo i legali, non avrebbe una rete di conoscenze né possibili vie di fuga.

Apparso in buone condizioni di salute, Lavitola ha ripercorso il legame con Ranucci e i possibili vantaggi personali che quella frequentazione avrebbe potuto procurargli. Una possibile «discesa in campo» del giornalista Rai, secondo il suo progetto, gli avrebbe consentito di assumere un ruolo da spin doctor, una sorta di consigliere.

Anche lunedì l’indagato aveva riferito di aver parlato spesso con Ranucci di un progetto politico al quale il giornalista, però, «non era interessato». Lavitola ha comunque ribadito che dietro l’attentato non ci sarebbe alcun movente politico.

Secondo l’ex editore, Ranucci era in pericolo e rischiava di subire un attentato. Per questo avrebbe organizzato l’azione poi realizzata da una banda di quattro persone la sera del 16 ottobre 2025. «Ho dato un mandato in bianco», ha dichiarato davanti al Tribunale della Libertà, spiegando di aver agito «per proteggere Ranucci da un attentato» di cui aveva avuto notizia.

Lavitola ha aggiunto di aver continuato per due mesi, dopo i fatti di ottobre, a contattare Ranucci per chiedere il rafforzamento della sua scorta. Nella nuova versione fornita dall’indagato sembra invece non comparire più l’ipotesi di un’azione dimostrativa con colpi d’arma da fuoco contro la villetta di Pomezia.

«L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes Tavare, della quale mi assumo tutta la responsabilità», ha detto Lavitola. L’uomo lo avrebbe avvertito che avrebbe agito a modo suo, senza specificare che avrebbe utilizzato una bomba. «Avevo dato un mandato precisando che non doveva essere fatto male a nessuno», ha aggiunto.

I difensori hanno depositato una memoria di 72 pagine chiedendo l’esclusione dell’aggravante del metodo mafioso. Qualora i giudici dovessero confermare l’accusa, i legali hanno domandato di trasferire il procedimento alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sostenendo che la banda avrebbe reperito in Campania la gelatina da cava utilizzata per l’azione di Pomezia.

Il Riesame si è riservato di decidere nei prossimi giorni. Intanto l’inchiesta prosegue e gli investigatori potrebbero convocare Ranucci per ascoltarlo, in qualità di testimone, sugli sviluppi del procedimento.

Al momento, invece, gli inquirenti non hanno ricevuto richieste di audizione da parte di Natàlia Potenza, ex compagna di Lavitola, che si è detta pronta a riferire quanto di sua conoscenza. La donna avrebbe deciso di lasciare l’ex editore dopo che dagli atti dell’indagine è emersa l’esistenza di una relazione con un’estetista brasiliana, indicata come sua amante.