Una presunta regia criminale, organizzata con metodo mafioso per riaffermare il controllo sul narcotraffico nella Capitale, è stata ricostruita nell’operazione congiunta della Squadra Mobile e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma, coordinata dalla DDA. Il provvedimento ha portato all’arresto di sette persone, accusate, a vario titolo, di omicidio aggravato, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione a delinquere finalizzata allo spaccio.
Tra i destinatari dell’ordinanza figurano tre esponenti di rilievo della criminalità romana, ritenuti i mandanti dell’uccisione di Fabrizio Piscitelli, noto come Diabolik. Michele Senese, considerato il capo dell’omonimo clan, avrebbe autorizzato preventivamente l’eliminazione per punire l’autonomia della vittima, che versava quote giudicate troppo basse, tra 2 e 3 mila euro al mese, rispetto ai profitti realizzati.
Leandro Bennato, a capo di un gruppo attivo tra Tor Bella Monaca e Primavalle, avrebbe invece deciso di far eliminare Piscitelli per impadronirsi della piazza della Tuscolana. Secondo l’accusa, avrebbe curato gli aspetti logistici dell’agguato e accompagnato su uno scooter rubato il killer Raul Esteban Calderon.
Il terzo presunto mandante è Alessandro Capriotti, broker della cocaina conosciuto con il soprannome di “il Fornaro”. Sarebbe stato lui ad attirare la vittima nella trappola, fissando un appuntamento fittizio alle 19 sulla panchina di via Lemonia, dove Piscitelli fu ucciso il 7 agosto 2019, al parco degli Acquedotti.
All’origine del conflitto ci sarebbero state due truffe commesse da Capriotti nell’acquisto di partite di cocaina da fornitori albanesi collegati a Piscitelli. Per riscuotere con la forza un debito da 300 mila euro, il 23 febbraio 2019 alcuni emissari di Diabolik spararono quattro colpi di Kalashnikov AK-47 contro la villa di Capriotti a Rocca di Papa, mentre nell’abitazione si trovava la figlia minore.
L’episodio avrebbe spinto Capriotti a cercare la protezione di Giuseppe Molisso, ricompensato con orologi di lusso, e a progettare l’eliminazione del rivale. Dopo l’omicidio si è aperta una violenta faida: la fazione albanese guidata da Elvis Demce avrebbe organizzato diversi agguati contro Molisso, Bennato, Fabrizio Fabietti e Matteo Costacurta, arrivando anche ad aggredire in carcere lo stesso Calderon.